Abbattimenti

Nel corso di questi 40 anni gli abbattimenti dei cinghiali sono aumentati esponenzialmente raggiungendo dei livelli a dir poco straordinari e del tutto inimmaginabili dai nostri “vecchi” cacciatori, pionieri e precursori di questa stupenda forma di caccia in battuta.

All’epoca, per scovare un solo cinghiale i cacciatori e soprattutto i canai dovevano impegnarsi per intere giornate di caccia ed il più delle volte la Squadra rincasava senza avere neppure trovato l’ombra dell’affascinante ungulato.

Basti pensare che nel 1975, per esempio, il bottino dell’intera prima stagione di caccia della nostra Squadra fu di 6 cinghiali di cui uno diviso con la Squadra confinante di Bardino Nuovo mentre quello delle stagioni 2009 – 2010 – 2011 è stato rispettivamente di 181 – 171 – 208 ungulati, per poter comprendere quale sia stato lo sviluppo e l’incremento utile annuo del “re del bosco” nelle nostre vallate.

Nel corso di questi lunghi 40 anni, nelle sole battute ordinarie non considerando quindi gli interventi di controllo attuati a partire dal 1999, sono stati abbattuti oltre 2.500 cinghiali, precisamente 2.581 (dato aggiornato alla fine della stagione 2014/15), alcuni anche di pochi chili di peso, per arrivare ai 40 esemplari di oltre il quintale di peso e sino all’enorme “solengo” di 135 kg. abbattuto da Gianni Morelli, attuale e meritevole detentore di uno dei record più appaganti per il fortunato cinghialista ed invidiati da tutti gli appassionati seguaci della caccia al cinghiale.

Nei primi 10 anni di attività, sino alla stagione ’84, la Squadra ha abbattuto circa 110 cinghiali con una media annua di 11 animali, dal ’85 al ’94 il bottino di caccia è stato di circa 284 esemplari con una media annua di circa 28 esemplari.

Dal 1995 al 2004, nelle sole battute di caccia ordinaria, i cinghiali abbattuti sono stati circa 797 con una media annua di 80 capi, per arrivare addirittura ai 1.405 ungulati abbattuti nelle ultime 10 stagioni di caccia, dal 2005 al 2014, senza computare ovviamente i prelievi effettuati nelle battute di controllo, ottenendo la straordinaria media annua di circa 140 cinghiali a stagione.

Questi sono i dati numerici che devono farci riflettere sulle reali potenzialità di questo splendido, elusivo e superbo animale selvatico, nostro antagonista venatorio, “Sua Maestà il Cinghiale”, alla gestione del quale parecchi di noi dedicano, con anima e corpo, moltissimo del loro tempo libero se non l’intera vita privandosi di altri passatempi e passioni e sacrificando anche altre esigenze di primaria importanza.

Anche alla luce di questi semplici ma significativi dati la sola caccia, intesa come la forma di battuta che a noi piace tanto e che pratichiamo da anni con tanta passione ed energia, non metterà mai a repentaglio il futuro della popolazione dei nostri amatissimi e fortissimi cinghiali che sapranno “difendersi” coraggiosamente come la natura gli ha insegnato tramite il fondamentale “imprinting” indottrinato dalle femmine adulte e quindi dalle femmine capo branco.

Come anche confermato da molti biologi, zoologi, etologi ed affermati studiosi di questo stupendo ungulato dalle potenzialità veramente straordinarie, gli unici veri e concreti pericoli che potrebbero portare ad un notevole calo demografico della popolazione del cinghiale sono prettamente i fattori ecologico-ambientali (scarsità di cibo, di acqua, di ripari e di nascondigli e presenza di predatori naturali) ed i fattori patologico-sanitari (eventuali malattie infettive, parassitosi, zoonosi, ecc.).

D’altra parte questa teoria, che non rimane solo scritta sui trattati tecnico-scientifici, è stata anche da noi più volte verificata e dimostrata come nel caso in cui, in un recente passato, il lungo periodo di siccità del 2003 ha ridotto drasticamente la produzione della ghianda di castagno, di quercia e di leccio; quando a partire dal 2009 il parassita denominato “Cinipide Galligeno” ha devastato completamente i boschi di castagno riducendo pressoché a zero la produzione dei relativi frutti, oppure quando, negli anni 2006 e 2007, gli evidenti casi di Tubercolosi Bovina in cui il pericolosissimo batterio TBC m. bovis sb120 è stato isolato nei cinghiali abbattuti in una zona del Loanese poco distante dal nostro settore di caccia hanno obbligato le squadre interessate ad effettuare numerosissime battute di contenimento e di controllo sanitario scongiurando il pericolo dell’epidemia nella popolazione dei selvatici.

In futuro ci attenderanno sicuramente altre insidie ed altrettante sfide, oggi magari non prevedibili ma già ventilate dai Tecnici dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale che proprio nel biennio 2013/14 e 2014/15 hanno condotto un monitoraggio sanitario per conto della Regione Liguria sulle popolazioni di ungulati selvatici presenti sul nostro territorio, cinghiale in primis.

I risultati emersi nel corso di questo studio epidemiologico sono stati sicuramente molto interessanti ed in alcuni casi anche molto sorprendenti a causa della patologie e delle possibili zoonosi manifestatesi analizzando i vari campioni e gli organi interni dei cinghiali abbattuti.

Dalle varie forme di salmonellosi, alla pseudorabbia, alla toxoplasmosi, alla pericolosa Epatite di tipo “E”, per arrivare alla presenza di metalli pesanti accumulati negli organi interni, ecc.

L’indagine ovviamente è mirata anche a verificare la presenza di animali affetti da peste suina, da radioattività e da altre patologie pericolose per l’uomo che fortunatamente non sono state riscontrate nelle centinaia di capi presi in esame.

Oltre ai soliti “talebani” estremisti, spregiudicati e faziosi antagonisti della caccia in genere che si prodigheranno con tutte le loro forze e con tutti i loro mezzi, spesso illeciti, per il raggiungimento dei loro ideali, spesso finti ed astratti, avremo da lottare, nostro malgrado, con questi problemi ecologici, ambientali e patologico-sanitari che purtroppo iniziano già ad intravedersi nello scenario odierno.

Il pensiero va anche all’ormai famoso parassita denominato “Cinipide Galligeno” che dal 2009 sta colpendo e devastando tutte le nostre piantagioni di castagno, domestiche e selvatiche, e che ha provocato irrimediabilmente la drastica diminuzione della produzione di ghianda di castagno, se non addirittura, in molti casi, la perdita e la morte definitiva della pianta stessa.

L’unico antidoto da noi sperimentato in alcune zone della nostra vallata e dimostratosi relativamente efficace, seppur con notevoli limiti di espansione territoriale, risulta essere un antagonista biologico denominato “Thorymus”, un piccolo insetto che riesce a bloccare l’espansione del cinipide andando a neutralizzare le relative larve depositate all’interno delle galle del castagno.

Già dalla presente stagione autunnale 2015 le piantagioni di castagno selvatico hanno migliorato tangibilmente rispetto al quinquennio precedente sia dal punto di vista vegetazionale che della fruttificazione avendo una buona annata in termini quantitativi di ricci contenenti mediamente tre ghiande.

Speriamo che tutto questo sia di buon auspicio per un futuro migliore e ricco di ghianda di castagno, tanto importante per le economie locali quanto per la nostra sanissima e bellissima passione per la caccia al “re del bosco”, selvatico altrettanto ghiotto di questo gustosissimo frutto autunnale.